Autobiografia di Agostino Rizzo

Agostino Rizzo doveva nascere con una guerra in corso, poteva scegliere
tra la prima e la seconda guerra mondiale, avendo i genitori possibili
per le due soluzioni (il padre era nato nel 1884 e la madre nel 1900);
da ritardatario gli andò bene, per iniziare la vita, il 26 agosto del 1942;
in quel mese di quell'anno i quotidiani cominciarono ad uscire con non più
di quattro pagine e dal mese successivo fu vietata la vendita delle automobili
ai privati. Le ristrettezze, l'alimentazione appena sufficiente, a parte le cause genetiche
spiegano i suoi difetti di fabbricazione; in ritardo, a 48 anni, si fece correggere
la coartazione congenita dell'aorta. Ad un anno dalla nascita gli alleati bombardarono
dal mare di salerno, appena lontano, il paese dove è nato, San Cipriano Picentino,
e parte della sua casa, così parte della guerra si trasferì nel suo piccolo
cervello e vi rimase. Da Napoli, dove attendeva studi di medicina mai
compiuti e dove viveva nel quartiere che fu dei suoi antenati materni nel 1968, in
ritardo, data l'età, anche per la rivoluzione studentesca, andò a Roma, dove con
i suoi amici de La Scacchiera, inventò ed organizzò un Cafè Chantant per
il Teatro Parioli: ebbe successo ma non continuò.
Per la propensione al ritardo fà l'antiquario. Si laurea con molto ritardo
nel 2003, cioè adesso, in materie letterarie presso l'Università di Salerno.
Firma cambiali e versi con la stessa disinvoltura. Ride per non piangere.
Forse morirà in ritardo.

Recensione di Luigi Montella
Il libro di Agostino Rizzo Niente proprio è un esempio di come il dialetto
talvolta ancora considerato come variante oppositiva alla lingua, possa assurgere non
solo ad elemento capace di rappresentare l'espressività di uno specifico
gruppo sociale, nei suoi aspetti idiomatici e negli influssi ricevuti dalle città
limitrofe, ma anche come recupero di una tradizione culturale di grande prestigio
e vivacità. La poesia di Rizzo è sicuramente una significativa fusione tra un dialetto intuitivo
spontaneo e quella che più in generale Croce definisce letteratura riflessa.
I versi di Niente proprio ... trovano un modello di riferimento aulico che, nei tempi
più vicini, si collega a Di Giacomo; nei suoi aspetti popolari, nella struttura dialogica,
nell'attenzione alla parlata, nei risvolti comici e sapienzali ricorda invece la più antica
lezione secentesca. Colorano i testi di Agostino scelte lessicali sintoniche con
arguti spaccati sociali, dove l'ironia e talvolta il grottesco nascondono la coscienza di
una precarietà esistenziale e un pathos tutto interiore.
Il volumetto ospita 35 liriche, con una presentazione di Paolo Apolito articolata in forma
di dialogo; un racconto atipico che si sposa in maniera egregia con il tono talvolta
dissacratorio del testo. Seguono un'introduzione che ribalta i canoni usuali di uno scritto
introduttivo - costruita mediante un esilarante monologo dell'autore sul percorso che ha portato
alla pubblicazione del libro - e un prezioso apparato di note nel quale Rizzo spiega l'etimologia
dei termini più antichi e la loro evoluzione fonetica, a dimostrazione della serietà
della ricerca svolta sulla lingua e sui fenomeni che nel tempo hanno trasformato
i luoghi della pronuncia. Accompagna il libro un CD in cui l'autore recita le proprie
poesie; gli arrangiamenti del sottofondo musicale sono del maestro Guido Capaldo.
Ideati per lo più endecasillabi piani ( ma non manca un uso diverso del metro, anche con
forme caudate), in larga parte dominati da un chiaro intento canzonatorio, i versi di Agostino toccano gli angoli
più reconditi del cuore dei lettori, offrendo crude rappresentazioni della quotidianità, celate da continui
chiaroscuri e ammiccamenti satiric utili per creare un effetto teatralizzante della realtà raffigurata.
Niente proprio... pur all'interno di una produzione minore, si presenta nel panorama della nuova
poesia dialettale con caratteri distintivi, volti al recupero di un patrimonio linguistico
in parte scomparso e che in alcune forme cristallizzate ribalta gli elementi tipici della
progettualità letteraria. In un'epoca in cui si tende a mettere in secondo piano anche nella parlata comune
il dialetto, Rizzo presenta un'antologia in cui racconta con un linguaggio antico e fatti e cose moderne
('o socialista; 'o ppetrolio). Una semplicità disarmante è alla bse del discorso poetico, intrisa
di una saggezza popolare espressa in forme colloquiali, talvolta fortemente colorite.
Nella ripresa di un monolinguismo lirico - giuocato sull'enunciazione dei fatti, intervallati da continue
a loro volta stilizzate sulle forme del monologo - si snodano i versi della raccolta. La matrice
del racconto non mortifica l'accurata scelta stilistica, supportata da continue anafore e sapienti
accostamenti verbali (aggio accattato 'na chitara rotta/rotta in che senso mo'? nun tène 'e còrde,/
'a cascia è sperutsata 'ncòppa e ssotto,/'o màneco è 'nchiuvato 'nfaccia 'o bbordo./Avria vuluto fa' quacche canzone,/
avria vuluto fa''na serenata,/ma c' 'a chitarra in quella condizione?!/e po', m'ero scurdato, i' so' stunato),
con l'immancabile chiusa morale tipica ( nell'esempio sopracitato) del sonetto (ma po', te dico
a te, ci' aggio penzato:/'e canzone so' chelle maje cantate,/e' meglie suonne nun so' mmaje sunnate,/'a meglia vita è chélla
maje campata). Vive all'interno dei testi il gioco della rime, argutamente costruite - nel dialetto napoletano
- sulla vocale finale muta (esatta-fatte, latte quatto e cosi via), sempre sostenute da una simmetrica
rispondenza fonica ben distribuita nel testo.
Lo spirito decadente che aleggia nei versi di Rizzo è in parte vicino a quello ceh Franco Brevini definisce
dialettalità postuma, riferendosi alla produzione di quei poeti che nel corso del secondo novecento - quando
successivamente al declino del vernacolo come mezzo abituale di comunicazione quotidiana - si sono adoperati
per ridare nuova linfa al dialetto attraverso la poesia. Il tentativo di recuperare - attraverso la ricerca
idiomatica - una realtà ormai dispersa dimostra, infine, la forte nostalgia avveertita dal poeta nei
confronti di un tempo ormai quasi del tutto dissolto.
E' così che Agostino Rizzo ripropone in sintonia con il suo mondo interiore una lingua ormai disarmonica
rispetto alla realtà linguistica contemporanea, fortemente contaminata da un italiano corrente.
Rizzo, pertanto, rappresenta per Salerno un esempio illustre di nuova poesia, così come - sebbene
con altre peculiarità - sono stati Loi per Milano, Marè per Roma, Giannoni per Genova. A conferma di
di ciò l'amministrazioen Comunale della città gli ha conferito, con una manifestazione in suo onore
svoltasi nell'agosto scorso, il "Premio Cultura 2004".
Nei suoi testi rivive, in conclusione, una macerazione tutta intima, in cui la malinconia lascia il posto
ad una maschera ironica, dissacrante, esorcizzante del dolore, degna rappresenta della nostra gente
del sud('n'aggio scìveto 'e pparòle,/'e ttenévo 'mpont' a' léngua/comm'a chi p' 'omale 'e mçla,/fa surtanto 'nu lamiento;
/'o puèta 'ni dulore/t' 'o trasporta a tutt' 'a ggente fa starnute/pecchè isso parla e 'ncarra,/io aggio fatto
'nu sprelloquio,/tutto chésto c'aggio ditto,/tutto chèsto è niente proprio).

è una realizzazione editoriale Communication Program